L’avvocato Piozzi (AsTro): ‘Il gioco legale in tempo di campagna elettorale…’

I risultati elettorali delle elezioni europee ed amministrative del 26 maggio 2019 hanno già offerto spunto a riflessioni di ogni tipo e su più fronti, a partire dalla analisi politica del risultato, fino ad arrivare alle prospettive future dell’Unione Europea e del Governo italiano. Non è certo compito di chi scrive per un’associazione imprenditoriale quello di addentrarsi in simili analisi né, tantomeno, di esprimere giudizi sul risultato elettorale.

Come operatori del settore del gioco stiamo assistendo, in epoca più recente, a diversi attacchi mediatici tradottisi poi in interventi normativi obiettivamente frustranti, sia in ambito nazionale che locale. Oppure, specularmente, ad interventi normativi, tanto arbitrari ed afflittivi da costringere gli autori a giustificarli mediante la diffusione dell’idea che gli imprenditori ed i lavoratori del settore siano paragonabili a dei criminali.

La necessità di regolamentare il gioco lecito non è stata affrontata pragmaticamente, con il reale obiettivo di prevenire ed attenuare gli innegabili effetti ad esso connessi, ma solo in un’ottica strumentale. La riduzione dello spazio di manovra della politica nell’incidere concretamente sulla realtà, i vincoli che ne limitano l’azione nell’epoca della globalizzazione, della digitalizzazione e della riduzione della sovranità nazionale, inducono gli attori della politica a ricercare il consenso, deviando l’attenzione su quei settori della vita pubblica dove ancora residua uno spazio di manovra.

E per portare a compimento questa operazione è necessario elevare a rango di emergenze nazionali delle problematiche che, tali non sarebbero, se analizzate con onestà intellettuale. Ad esempio, nel corso della campagna elettorale, abbiamo più volte assistito il Ministro Di Maio utilizzare l’argomento della criminalizzazione del gioco legale come cavallo di battaglia per rivendicare la bontà della propria azione politica. Si è addirittura spinto ad attribuire orgogliosamente all’aumento della tassazione sul gioco una valenza punitiva che, però, mal si addice allo spazio riservato alla funzione impositiva in uno Stato di diritto che non può che riguardare solo i redditi leciti, quali sono quelli prodotti dagli operatori del gioco.

Il contesto in cui è stato sbandierato questo vessillo e l’enfasi utilizzata sottintendevano in modo evidente la convinzione che si trattasse di un argomento efficace ai fini elettorali, un’emergenza percepita come tale dall’elettorato, da mettere addirittura al primo posto tra le rivendicazioni della propria azione politica e non soltanto un tema predominante nello spazio delle personali (legittime) convinzioni politiche di ciascuno.

Altro caso emblematico è quello del Sindaco di Ventimiglia, la cui campagna elettorale è stata tutta impostata nel rivendicare la sua battaglia contro il gioco, nonostante il Comune da lui amministrato sia purtroppo afflitto da problematiche obiettivamente ben più gravi. In entrambi i casi citati l’insuccesso elettorale è stato inequivocabile, come pure quello della Giunta Chiamparino resasi autrice di una legge, finalizzata al contrasto alla ludopatia, che ha determinato l’espulsione dall’intero territorio regionale di un settore economico (quello appunto legato al gioco), riconosciuto invece lecito dallo Stato, senza peraltro che si siano evidenziati risultati tangibili nella lotta alla ludopatia.

Sulla scia di questo furore ideologico, è legittimo ora aspettarsi che la sconfitta elettorale verrà da qualcuno giustificata come un prezzo pagato per la battaglia sostenuta contro il gioco e imputata alla famigerata “lobby dell’azzardo”.

Ma se invece si intende tentare un approfondimento sui rapporti tra politica e gioco, slegato da slogan propagandistici e dietrologici, lo spunto di riflessione che suggeriamo è un altro.
Qui non si tratta di mettere in discussione la legittimità delle convinzioni politiche di ognuno e la facoltà di coloro che sono investiti di poteri di governo di scegliere liberamente le priorità della loro azione politica.

Ci sia invece concessa la presunzione di aver colto un errore di strategia, in coloro che hanno ritenuto che quella del gioco fosse percepita come un’emergenza dall’opinione pubblica del Paese, al punto da farla diventare il perno di una campagna elettorale, al cui altare sacrificare l’obiettivo di trovare soluzioni pragmatiche ed efficaci alle indubbie problematiche legate al gioco, la necessità di bilanciare le esigenze di tutela della salute pubblica con quelle della libertà economica e della libertà di ciascun individuo di decidere come occupare il proprio tempo libero.

Per non trascurare quell’atteggiamento politicamente inaccettabile di rifiutare qualsiasi interlocuzione con le categorie interessat, in quanto ritenute indegne. In buona sostanza, il tema in discussione si risolve nella risposta al quesito che muove da un dato logicamente incontrovertibile: gli operatori del gioco, colpiti da messaggi politici e da interventi normativi da loro reputati (giustamente) offensivi ed afflittivi, sono stati inevitabilmente portati a punire elettoralmente le forze politiche autrici di tali condotte.

L’interesse primario a salvaguardare il proprio lavoro (sia esso di imprenditore o di dipendente), prevale, come per chiunque, sulle altre valutazioni riguardanti l’operato complessivo di una forza politica. Il quesito quindi è il seguente: tale perdita, seppure numericamente non decisiva nel determinare l’esito elettorale, è compensata o superata dal consenso di coloro che invece riterrebbero prioritaria la battaglia contro il gioco? Parrebbe proprio di no, perché non esiste alcun dato statistico da cui risulti che gli italiani considerino quella del gioco tra le emergenze del Paese.

Si veda, ad esempio, la ricerca di Nomisma presentata nel mese di febbraio 2018 ed avente l’eloquente titolo ‘Le priorità di intervento richieste alla politica’, dalla quale risulta che il gioco sia del tutto assente dalla lista delle esigenze per cui la popolazione italiana richiede l’intervento della politica.

Sia chiaro e lo ribadiamo: non si contesta che una forza politica possa (anzi, dovrebbe) determinare le priorità sulla base delle proprie convinzioni e non dei possibili tornaconti elettorali. Si intende invece rimarcare che, con riguardo al gioco, è accaduto esattamente il contrario: la battaglia scatenatasi contro questo settore è stata elevata artificiosamente in cima alle priorità della politica solo in quanto ritenuta determinante nello spostamento degli equilibri elettorali e che quanto avvenuto denota un’incapacità a percepire e tradurre le reali esigenze della popolazione da parte di chi si è mosso sulla base di tale convinzione.

Avv. Massimo Piozzi (Centro Studi AsTro)

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